Innanzitutto… tutto è cominciato quando sono andata a fare una visita dalla ginecologa. Ero con mamma, ma durante la visita in stanza c’eravamo solo io e lei. Non ho voluto portare mamma con me perché mi sentivo a disagio. Sono molto riservata su certe cose.
Era l’inverno del 2024 quando ho scoperto di avere una cisti grande 9 cm e una tuba in condizioni non ben chiare. Dalla radiografia non si vedeva molto bene, quindi la ginecologa sospettava che anche la tuba potesse essere un secondo problema. Mancavano pochissimi mesi alla fine del 2024 e all’inizio del 2025. Infatti, la ginecologa mi disse che sarebbe stato meglio operarmi all’inizio del 2025, così da chiudere le pratiche mediche del 2024 e aprire quelle del nuovo anno.
Dopo tante visite e controlli, abbiamo dovuto aspettare la chiamata per il ricovero. Mi hanno ricoverata il 24 febbraio e il giorno dopo, il 25, mi hanno operata all’ospedale San Pio di Benevento.
Quando ho scoperto di avere questo problema, sono rimasta impietrita, dispiaciuta, triste… sentivo il mondo crollarmi addosso. Da quel momento ho iniziato a mollare la palestra e a mangiare un po’ di meno. Anche la ginecologa mi aveva consigliato di fermarmi con la palestra, perché la tuba sinistra – che era ingrossata – con i movimenti e gli sforzi avrebbe potuto attorcigliarsi e causare complicazioni ancora peggiori.
Dopo un mese siamo andati anche a parlare con l’anestesista e, dopo vari giorni di attesa (non ricordo bene, forse una settimana prima), ci hanno chiamati per il ricovero. Avevo preparato la valigia il giorno prima.
Lunedì 24 febbraio siamo andati a Benevento, e io sono rimasta lì mentre i miei sono tornati a casa. Il viaggio dura circa un’ora.
All’inizio stavamo aspettando in sala d’attesa per passare un po’ di tempo insieme. Dopo circa un’oretta, i miei sono andati via. Una delle infermiere mi ha aiutata con la valigia e mi ha accompagnata nella mia stanza. Se non sbaglio, era la 402.
C’erano tre letti, e mi hanno sistemata vicino alla finestra, dove di fronte a me c’erano un tavolo e una TV. Il sole colpiva tutto il mio letto: faceva piuttosto caldo.
Appena mi hanno dato la stanza, ho sistemato le mie cose. La valigia l’avevano già messa nell’armadietto. Poi mi sono cambiata e ho messo un pigiama leggero. In ospedale faceva caldo, quindi non c’era bisogno di indossare un pigiama pesante o altri vestiti troppo coprenti. Il letto aveva lenzuola leggere, una copertina e una coperta di lana extra nel caso in cui noi pazienti avessimo freddo durante la notte.
Dopo aver indossato il pigiama, mi sono seduta al tavolo a fare un sudoku, un puzzle, e poi anche a leggere un libro. Le ore passavano, e già iniziavo ad annoiarmi lì, ahah!
Verso l’ora di pranzo mi hanno portato da mangiare: un pasto pieno di scorie. Era abbastanza buono, considerando che il cibo in ospedale è quasi sempre senza sale e con pochi altri ingredienti.
Mentre mangiavo, Genni mi teneva compagnia in videochiamata, così mi sentivo un po’ meno sola. Ogni tanto scrivevo alla mia famiglia per aggiornarli e farli sentire tranquilli. Ogni tanto davo un’occhiata anche ai social, giusto per passare il tempo.
Nella stanza sono rimasta da sola fino alla sera, finché un’infermiera ha iniziato a preparare il letto accanto al mio. Le ho chiesto se il giorno dopo sarebbe arrivata qualcuna, e mi ha risposto di sì.
Verso sera si mangiava di nuovo, e anche stavolta il mio ragazzo mi teneva compagnia in videochiamata mentre cenavo. Più tardi è arrivata l’infermiera per farmi la pompetta. Per chi non lo sapesse, la pompetta serve ad aiutare ad andare in bagno, per liberare l’intestino da ciò che si è mangiato a pranzo (e forse anche a cena), in modo da avere lo stomaco quasi vuoto prima del digiuno. Infatti, prima dell’operazione si deve restare a digiuno a partire dalla mezzanotte.
C’erano tante infermiere, ognuna con il suo modo di fare, ma erano tutte molto presenti. Accanto al letto c’era anche il classico pulsante per chiamare le infermiere, nel caso avessi bisogno di qualcosa o ci fosse un’emergenza. Il letto era regolabile: si poteva alzare e abbassare a seconda delle necessità, ed era abbastanza comodo.
È arrivato il giorno dell’operazione: 25 febbraio 2025.
Mi hanno portato il camice e le cuffie. Un’infermiera simpatica è entrata e mi ha aiutata a indossare il camice. Bisogna stare completamente nude sotto il camice, e credo che in sala operatoria lo alzino per operare.
Ero nel letto, in attesa del mio turno. Dovevo essere la prima, ma una donna ha avuto un’urgenza per partorire, quindi ho dovuto aspettare. Dopo circa un’ora, sono arrivati anche i miei, giusto in tempo prima che mi portassero in sala operatoria. Sono entrati uno alla volta nella stanza, per salutarmi e consolarmi.
Quando è arrivato il mio turno, sono entrate due infermiere. Mi hanno portata via con tutto il letto, attraversando i corridoi. C’erano altre persone che aspettavano per conto loro, ma mi imbarazzavo perché mi guardavano tutti 😅. Ero sotto le coperte, ahah.
Io e l’infermiera davanti a me ci guardavamo in silenzio, senza dire nulla. Ero in ansia, ma cercavo di nasconderlo. Provavo a essere forte, dura. Mamma, papà, mio fratello e il mio ragazzo mi guardavano sorridendo e mi salutavano. Io e lui ci guardavamo finché la mia visuale non li ha persi di vista. Poi siamo entrati nella stanza dove si fa l’anestesia.
Mentre mi chiudevano dentro, c’era l’anestesista — un uomo simpatico — e un’infermiera particolare, una signora abbastanza anziana. Dietro di me c’era la sala operatoria: ero super curiosa e non facevo altro che girarmi per guardarla, ahahah. Ho visto poco, per fortuna, altrimenti sarebbe stato inquietante 😅
L’unica che parlava e faceva domande… ero io, ovviamente! Ahaha. L’anestesista rideva e mi diceva che ero troppo curiosa.
Chiedevo cose tipo:
— “Questo a che serve?”
— “E questo invece cos’è?”
— “Ma… qualcosa non va?”
Quell’ultima domanda gliel’ho fatta perché avevo notato un’infermiera che borbottava qualcosa verso di lui. Lui le ha risposto di cambiare il filo e usare quello lungo, altrimenti non mi sarebbe arrivato bene.
Mi diceva sempre di stare tranquilla… e nel frattempo l’anestesia aveva già cominciato a fare effetto. È stato velocissimo! Mi sono addormentata subito, e anche loro me l’hanno confermato dopo.
Vi spiego com’era la sensazione: guardandomi intorno vedevo le cose dondolare, e poi le palpebre si chiudevano da sole… e da lì in poi, blackout totale. Non ricordo più nulla.
Mi sono svegliata perché sentivo che mi scuotevano e mi chiamavano.La gola era secchissima e tossivo, come se mi mancasse l’aria.
Poi è arrivato il dolore: sentivo le cuciture e gemevo piano.
Chiusi di nuovo gli occhi, stanca, con la sonnolenza che mi trascinava giù… finché non sentii la mia ginecologa urlare il mio nome.
A quel punto vidi la luce.
Ero fuori dalla sala operatoria.
Davanti a me: mamma, papà, e Genni.
Papà mi accarezzò e mi baciò la fronte. Lo vedevo molto ansioso… chissà cosa aveva passato in quelle ore.
Poi vidi Genni. Mi guardava e mi sorrideva, e io ricambiai quel sorriso, anche se debolmente.
Mi portarono nella stanza di degenza, dove ho incontrato altre due signore. Ci scambiammo qualche parola sottovoce, ma a parlare davvero era mamma, al posto mio.
Io… non ce la facevo proprio a reagire. Il mio corpo e la mia mente avevano bisogno solo di una cosa: riposare.
Poi, a un certo punto, venne in stanza l’anestesista.
Si avvicinò con un’espressione curiosa ma gentile, e mi chiese:
“Durante l’intervento… hai sentito qualcosa?”
Io lo guardai, un po’ sorpresa, e con un filo di voce risposi:
“Assolutamente niente.”
Lui sorrise, quasi sollevato, e fece un cenno come per dire “bene così”. Mi fece piacere vederlo, quel volto familiare che avevo visto l’ultima volta prima di addormentarmi. Aveva quella stessa energia tranquilla e simpatica di prima. Era una piccola scena, ma in quel momento mi fece sentire più umana, più presente.
Come se stessi davvero tornando indietro… alla realtà, alla vita.
Mamma era rimasta con me solo una notte.
Avevo proprio bisogno di una mano…
Non riuscivo a fare niente da sola: anche solo prendere qualcosa dal comodino era impossibile.
Sentivo troppa pressione alla pancia, ogni movimento era una fatica.
Non potevo girarmi, né alzarmi , a malapena riuscivo a cambiare posizione nel letto. La sua presenza quella notte è stata fondamentale. Mi faceva sentire protetta, come quando ero piccola. Era lì, silenziosa ma vigile, pronta ad aiutarmi in qualsiasi momento.
Si dice che, per ricominciare a mangiare dopo un’operazione, bisogna prima “fare l’aria”. Solo dopo si può bere e mangiare qualcosa.
Infatti, quella stessa sera, poche ore dopo l’intervento, sono riuscita a farla.
Un piccolo traguardo, ma importantissimo.
Mi dissero che ad alcune persone capita dopo uno o due giorni, quindi ero contenta: significava che il mio corpo stava reagendo bene, stava ripartendo.
Un passo alla volta. In totale mi fecero tanti buchi.
Credo almeno sei… forse anche di più.
Le prime due volte non riuscivano nemmeno a trovare la vena.
Poi, altri fori per collegare il lavaggio, la morfina, l’antibiotico.
Ogni volta che una via finiva o non andava più bene, bisognava premere il pulsante per chiamare l’infermiera.
E loro arrivavano, sempre pazienti, per sistemare tutto e metterne un’altra.
Ero stanca, provata, ma grata.
Sono rimasta in ospedale per circa quattro giorni.
E l’ultimo giorno… non vedevo l’ora di andarmene.
Volevo solo tornare a casa, nel mio letto, nel mio spazio.
Respirare aria mia.
Nel frattempo però, avevo fatto amicizia con due signore simpaticissime e pure: Francesca e Maria.
Abbiamo condiviso sorrisi, parole, silenzi.
Mi sono affezionata così tanto che le ho segnate su Facebook come bozza, per non dimenticarle.
Un pezzetto di umanità in mezzo a tutto quel dolore.